Albo d'oro Caduti del Lazio nella prima guerra mondiale 1915 - 1918

FONTE DEI DATI

                         

L’esercito italiano mobilitò circa 5.000.000 di uomini, di questi ben 203.422 provenivano dalla Regione Lazio.

Secondo l’Albo d’Oro del Lazio, non tornarono più a casa, o morirono subito dopo la guerra a causa della stessa, 17.998 cittadini del Lazio, pari all’8,84% dei richiamati in guerra. Provenivano dai distretti militari di Roma, Viterbo, Frosinone e Orvieto; quest’ultimo distretto redigeva le liste di leva della provincia di Rieti e della Sabina.

Occorre rammentare che i confini della Regione Lazio dei primi del ‘900 non erano quelli attuali. Oltre a mancare della provincia di Latina, istituita nel 1934 all’indomani delle grandi opere di bonifica dell’Agro Pontino, non facevano ancora parte del Lazio i comuni del basso frusinate (Circondario di Sora e Gaeta). Questi erano infatti compresi in quella grande provincia che era chiamata “Terra di lavoro”, coincidente con l’odierna provincia di Caserta, e pertanto i caduti di tali comuni sono poi stati ricompresi nell’Albo d’Oro della Regione Campania. Mancavano inoltre alcuni comuni dell’alto Reatino, la zona montana che va da Antrodoco ad Amatrice, allora amministrati dalla Regione Abruzzo nel Circondario di Cittaducale.

Il data-base è stato predisposto mettendo a confronto due diverse pubblicazioni, edite negli anni successivi al termine della prima guerra mondiale.

La prima è la serie di volumi del Ministero della Guerra, editi dal Provveditorato Generale dello Stato di Roma, titolati “Militari Caduti nella guerra nazionale 1915-1918 Albo d’Oro”, e nello specifico i dati sono tratti dal Volume primo “Lazio e Sabina” pubblicato nel 1926 e dal Volume sesto “Campania” pubblicato nel 1929.

La seconda pubblicazione è del Comune di Roma, intitolata “ALBO D’ORO DEI CITTADINI CADUTI NELLA GUERRA MCMXV – MCMXVIII Volume Primo”, pubblicato dalla Tipografia L. Cecchini di Roma nel 1920.

La prima pubblicazione contiene i nominativi di tutti i soldati caduti in battaglia nati nella Regione Lazio, mentre la seconda elenca i nominativi dei cittadini nati o residenti nel Comune di Roma e morti in guerra. Nell’unire le due fonti di dati sono state eliminate le duplicazioni dei nominativi, privilegiando la fonte ufficiale, più attendibile e meno lontana nel tempo, che è quella edita dal Ministero della Guerra. Peraltro, grazie al volume pubblicato dal Comune di Roma, per i cittadini della capitale è stato possibile integrare i dati con l’inserimento di alcuni campi non presenti nell’Albo d’Oro del ministero, quali la “maternità” e l’occupazione lavorativa del Caduto.

Per le inevitabili lacune o inesattezze dovute anche ai diversi dati elencati dalle due pubblicazioni per lo stesso Caduto, restiamo comunque a disposizione per tutte le correzioni o implementazioni conseguenti. A tal fine si prega di contattare gli indirizzi di e-mail presenti sotto la voce Contatti.

 

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BREVI CONSIDERAZIONI SULL’ALBO D’ORO LAZIO-SABINA

Analizzando i dati relativi ai caduti della Regione Lazio presenti nel solo Albo d’Oro del Lazio e Sabina, possiamo estrapolare alcune statistiche che sono significative in quanto danno anche alcune risposte di ordine storico-militare.

Il distretto di Roma contò al termine della guerra 7.891 morti, seguito da quello di Frosinone con 4.610 caduti, quindi Viterbo con 3.608 e Orvieto con 1.889 soldati uccisi. La maggioranza dei soldati laziali morì a causa dei combattimenti: ben 8.852 morirono subito o in seguito per le ferite riportate e altri 2.329 furono gli uomini dispersi, che nella stragrande maggioranza dei casi vuol dire che i corpi rimasero insepolti e mai recuperati dai campi di battaglia, oppure sepolti nei grandi sacrari del nord Italia sotto la dicitura “IGNOTO”.

Ma anche chi morì per malattia, spesso la causa va ricercata ancora nelle difficili condizioni di vita in trincea: colera, polmonite, infezioni gastroenteriche non avevano ancora una adeguata cura medica e il fisico dei soldati, spesso male alimentati e scarsamente equipaggiati per sopportare i rigori del tempo, non riusciva da solo a contrastare patologie oggi facilmente curabili.

Non è superfluo ricordare che morivano in guerra i giovani: la maggior parte delle perdite si ebbe per i soldati nati nel 1894 e nel 1895, che morirono a 20, 21 anni. Nell’ultimo anno di guerra persero la vita 633 ragazzi nati nel 1899, diciotto anni appena. Molti erano ancora studenti, la maggior parte già conosceva la durezza della vita, il lavoro sui campi, in fabbrica. Non di rado, le famiglie piangevano la morte di due o anche tre fratelli in guerra.

Da un punto di vista strettamente militare, il maggior numero di caduti di cittadini laziali lo ebbe la Fanteria, ben 12.420 fanti che combatterono in tutto il fronte italiano e anche all’estero. Nell’ambito dell’arma di Fanteria, la brigata che dette il maggior numero di caduti laziali fu la Brigata Calabria, seguita dalla Brigata Torino.

Il Corpo dei Bersaglieri, tanto amato a Roma, segue nel numero di caduti con 1.271 fanti piumati morti in battaglia, seguiti dagli artiglieri, con 1.234 morti. Quest’ultimo dato si spiega con il fatto che la rilevante importanza dell’artiglieria nella guerra moderna, che schierava cannoni, obici, bombarde, ne faceva un bersaglio prioritario in ogni manovra offensiva.

Il luogo di battaglia dove i nostri concittadini lasciarono in maggior numero la vita non poteva che essere sul Carso, insanguinato da ben 11 offensive, ed è il tristemente famoso Monte San Michele. Per la conquista di questa modesta altura, che era composta da quattro cime alte tra 200 metri e 210 metri, occorsero ben 4 offensive sanguinosissime, combattute tra il giugno 1915 e il luglio 1916, e costò la perdita di ben 433 soldati provenienti dalla Regione Lazio.

Il secondo luogo che occupa questa triste e dolorosa classifica è invece in alta montagna, là dove si combatté contro gli uomini, ma anche contro gli elementi della natura. Si tratta del Col di Lana, un’alta e glabra montagna che si erge tra le dolomiti ampezzane, divenuta tristemente famosa durante la guerra per i ripetuti attacchi tanto che i fanti la ribattezzarono “Col di sangue”. Qui 278 soldati della Regione Lazio persero la vita in un ambiente naturale sconosciuto e mai abitato stabilmente dall’uomo.

Non è superfluo ricordare che queste lontane terre di confine, divenute campi di battaglia, erano nella massima parte sconosciute a quei giovani partiti dalle campagne romane o dalle montagne della sabina.

Tra i tanti morti in battaglia, alcuni di loro sono la testimonianza di come, in particolari momenti della guerra, venne richiesto ai combattenti uno spirito di sacrificio maggiore, nella pur terribile condizioni in cui si doveva vivere e combattere.

Ricordiamo i terribili combattimenti dei primi mesi di guerra sul Monte San Michele, attacchi a massa in campo aperto contro mitragliatrici e filo spinato, la battaglia combattuta sull’Altopiano di Asiago per fermare l’offensiva austro-ungarica conosciuta con il nome di Strafexpedition, i fanti della Brigata Udine uccisi dal gas la mattina in cui iniziò la battaglia a Caporetto, i giovanissimi soldati inviati a difendere l’ultima linea sul fiume Piave e sul monte Grappa.

 

 

FINALITA’ GENERALI

Per tutti questi soldati, per ricordare che l’unità del nostro Paese si è compiuta anche grazie al loro sacrificio, l’albo d’oro digitalizzato diviene un “MONUMENTO AI CADUTI DIGITALE”, certo diverso dai tradizionali monumenti che ornano le piazze dei nostri paesi, ma che reca un significato profondo e che, soprattutto, è reso disponibile a tutti i cittadini.

Quello che potremmo definire “il monumento dei monumenti” è un ponte che unisce le generazioni ed è anche una fonte di conoscenza che servirà a ciascuna famiglia a riallacciare il legame con la propria storia che è anche la storia del proprio paese, inteso sia come territorio in cui vive la famiglia, sia come nazione. In un modo molto diretto, tante famiglie potranno conoscere la sorte dei propri cari, le circostanze in cui è avvenuta la morte, approfondirne i motivi riallacciandoli agli eventi bellici accaduti, conoscere il luogo della morte e magari ripercorrere oggi quelle trincee, per cercare poi nei grandi Sacrari il luogo della sepoltura.

È anche un modo per rendere omaggio agli uomini della nostra Regione che hanno vissuto, combattuto e sono morti in condizioni spesso tragiche, nel fango delle trincee del Carso, nel ghiaccio delle vette alpine, nell’angoscia dell’assalto e della guerra all’arma bianca, spesso inconsapevolmente, ma anche grazie a loro che noi oggi possiamo vivere in un contesto socio-politico che guarda alla costruzione di una Europa che opera in pace e per la pace.

 

Croce

                         

I curatori

 

ALTRE FONTI

 

Ministero della Guerra - Stato Maggiore Esercito - Ufficio Storico - Le brigate di fanteria - (Roma 1927)