Albo d'oro Caduti del Lazio nella prima guerra mondiale 1915 - 1918


 

 

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ORTIGARA CALVARIO DEGLI ALPINI

di Paolo Volpato

Itinera Progetti Editore – Bassano del Grappa

1^ edizione Giugno 2004
2^ edizione Aprile 2006

Introduzione.

Nel panorama storico italiano della prima guerra mondiale, vi è un nome che forse più di ogni altro racchiude in sé l’orrore, la tragedia, l’inadeguata preparazione ad affrontare il primo conflitto bellico dell’era moderna: Ortigara. Non per nulla, il ritmo del ta-pum dei cecchini, scandito da una delle più note canzoni di guerra che a questo nome si accorda, è entrato nell’immaginario collettivo nazionale, creando una simbolica equazione che ormai si è profondamente radicata nelle viscere di questa montagna: Ortigara uguale morte.
Ancor oggi chi sale le aride cime che segnano il confine tra l’Altopiano veneto con le valli trentine, lo fa con riverenza, con rispetto, quasi con timore. E se parlando di Ortigara, il rischio è quello di cadere nello scontato dei fatti, nel fastidio della ripetizione, nell’ovvietà delle analisi, basta rammentare una volta di più quello che hanno raccontato i testimoni, come quell’alpino che oralmente ha lasciato detto: “La guerra più brutta l’ho vista sull’Ortigara”.
Tanto si è scritto su questa battaglia che ormai ha pochi segreti da nascondere. Però ad una attenta riflessione degli avvenimenti qui accaduti, si scorge ancora un messaggio da raccogliere e tramandare alle generazioni future. Su quello che probabilmente è il più suggestivo monumento della grande guerra, la colonna mozza posta alla quota 2105 dell’Ortigara, vi sono incise tre scarne parole: “PER NON DIMENTICARE”. Ebbene, il messaggio che ci hanno voluto lasciare coloro che le hanno incise ha una duplice valenza. Non dimenticate, voi generazioni future, la sofferenza, il dolore, lo strazio che reca con sé la guerra, anche la più giusta, anche quella che sembra e a volte è necessaria. Ma soprattutto, non dimenticate chi questi sentimenti li ha provati direttamente, non dimenticate gli uomini che hanno vissuto questa tragedia sulla propria pelle, a volte inconsapevoli a volte andandovi volontariamente incontro. Non dimenticate l’uomo, il ragazzo, il padre, il figlio, lo sposo che qui ha dovuto lottare sempre con il pensiero alla famiglia lontana.
Il tentativo che andiamo a fare è proprio quello di vivere dal di dentro le emozioni e le sensazioni che animarono i protagonisti. Il tentativo è quello di dare un nome ed un volto alle migliaia di alpini che hanno combattuto, perché se è facile, nelle rievocazioni, esporre terribili ma pur sempre aride cifre, è altrettanto difficile far capire che dietro ogni numero c’è una persona che ha portato con sé in battaglia il proprio bagaglio di esperienze, che aveva una storia di vita unica e irripetibile, che aveva lasciato altri esseri umani ad attenderlo, che ad un certo punto è dovuto uscire allo scoperto, si è sentito preso di mira come una sagoma di cartone, ha dovuto lottare ed uccidere per non essere ucciso.
A loro e alle generazioni successive, che ne continuarono le tradizioni in altri tragici teatri di guerra, è dedicato questo libro.

 

N. Revelli, Il mondo dei vinti, Einaudi 1977